giovedì 1 ottobre 2009
giovedì 13 agosto 2009
Giovanili di Roma 2009
Giovanili di Roma 2009
Gli estivi dei record
Gli estivi dei record
Nella quinta giornata dei campionati estivi di categoria altri nove primati italiani. E siamo a 19. Natullo stabilisce quello assoluto dei 100 farfalla con 52.14. Risultati onine
Roma, il furto-record nel giorno delle ronde
Il palazzo del record dei furti
ROMA - Nessuno li ha sentiti. Nessuno li ha visti. Via Gregorio Ricci Curbastro è una strada stretta a due passi da Trastevere. Domenica scorsa Roma era rovente, le persiane delle case abbassate, non un rumore, se non quello degli alberi sfiorati dal vento caldo di scirocco.
Loro - i ladri - sono entrati al civico 56 e hanno svaligiato in poche ore dieci appartamenti, uno dopo l'altro. Un record, una razzia consumata senza controlli, a due passi dal commissariato di polizia San Paolo, un "esproprio" di oggetti, di storie, di memorie, portato a termine con calma, passando di balcone in balcone. Hanno rubato con la furia addosso, scardinato porte, pisciato sui divani, mangiato e bevuto in quelle cucine ordinate, in quelle case vuote e inermi. Qualcuno, tra i condomini, ha messo un cartello che è come un necrologio: "Attenti, qui in un solo weekend sono stati depredati 10 appartamenti".
A voler essere esatti con le cifre, bisognerebbe dire dieci appartamenti più gli altri tre svuotati nel ponte del 29 giugno. Se poi andiamo indietro di tre mesi, la contabilità criminale cambia ancora: i furti sono stati venti. Sì, sempre qui, al civico 56. Due edifici, otto scale, media borghesia. Case costruite alla fine degli Anni Sessanta dall'Enpaia (Ente nazionale di previdenza per gli addetti e gli impiegati in agricoltura), poi cedute al libero mercato. Zona tranquilla, dicevano.
Adesso stanno tutti lì, i proprietari dei nidi violati, tutti nella guardiola del portiere Giovanni. Antonio Albanesi, avvocato in pensione dell'Alitalia, è una delle vittime del "multifurto", come lo chiama. Non alza la voce, non si agita. E' più che altro ferito dentro: "Non ho più voglia di stare a casa. A me non interessa se sono stati italiani o stranieri. E non voglio che mi si dica che quello che ci servono sono le ronde. Quello che ci serve sono polizia e carabinieri. Io pago le tasse e voglio essere difeso da loro".
La sicurezza o la percezione della sicurezza: su questo si vincono o perdono le elezioni, di questo tutti parlano, con i distinguo delle ultime ore tra ronde diurne alla Alemanno e "modello partecipato" alla bolognese, con la rabbia sotto pelle, pronta ad essere intercettata dalla Lega, con il fatalismo un po' dolce, ironico, che esibisce Giovanni, portiere napoletano: "Io, la domenica, mentre rubavano, ero al mare. D'altra parte non mi pagano i festivi"). Al solito, la carne viva è altra cosa dal dibattito. Entri nelle stanze stuprate e capisci perché la paura va rispettata e alla paura bisogna dare risposte serie, non emotive. Claudia Cirelli è la signora del quarto piano: "Non mi sento più a casa mia. E' cambiato tutto. Questa gente ha camminato con le scarpe sporche sopra i miei vestiti, ha fatto pipì sul mio divano, ha aperto il frigo, si è fatta un panino, ha fumato. Hanno portato via le catenine della prima Comunione di mia figlia, persino le sue matite colorate. Hanno rubato un pezzo della nostra vita e noi ci sentiamo nudi, indifesi". C'è bisogno di mondare, di pulire, di liberarsi da odori, da impronte, da quella presenza ostile che ha toccato, strappato, sporcato. "Ci saranno almeno cento lavatrici da fare", dice l'avvocato Albanesi. Da lui sono entrati con una falsa chiave europea.
La moglie si diletta a lavorare la lana. Teneva i gomitoli nei cassetti. Ha trovato tutto per terra. Mancano gioielli, soprammobili, anche una bottarga portata dalla Sardegna. "La casa era un inferno. C'era un vaso pieno di biglie colorate. E' finito per terra. Deve aver fatto un rumore tremendo. Ma nessuno ha sentito".
Domenica d'agosto, via Gregorio Ricci Curbastro, che è il nome di un matematico di Lugo, creatore del calcolo differenziale assoluto. Nessuno in strada, Giovanni al mare, il commissariato di polizia a due passi (ma senza mezzi per vigilare su tutto, dicono gli agenti). E loro - i ladri - che arrivano. Entrano con una chiave, svaligiano e poi da un balcone saltano altrove. Una, due, tre, dieci volte. Gabriella Micci, 84 anni, adesso vive nel terrore. Porta chiusa con tre mandate. Spiega Albanesi: "Apre solo se sente un certo suono di campanello che abbiamo concordato". La casa che diventa una prigione. "Mia madre ha 90 anni, sta bene - dice Maria Pia Pacchetti - però adesso vuol andarsene da qui".
Si chiedono che cosa succederà il prossimo weekend: "Verranno ancora? Ci rapineranno ancora?". Si sentono abbandonati, nel cuore di Roma. Tra gli inquilini c'è una funzionaria del ministero dell'Interno, un'altra signora lavora all'ufficio stampa del ministro Gelmini: "Forse ci conviene pagare un vigilante di tasca nostra". Ne stanno discutendo in queste ore ma l'avvocato Albanesi insiste: "Voglio essere difeso da polizia e carabinieri, sono per la legalità". E' di sinistra, Albanesi, a suo tempo "orgoglioso di essere nel Pci": "Credo ancora nella solidarietà, nella convivenza, nella ricchezza che produce la differenza". E se trovassero chi le ha depredato la casa? "Niente giustizia fai da te. C'è la legge, solo quella. Dovrebbero pagare. Quattro o cinque anni, veri, di galera".
Loro - i ladri - sono entrati al civico 56 e hanno svaligiato in poche ore dieci appartamenti, uno dopo l'altro. Un record, una razzia consumata senza controlli, a due passi dal commissariato di polizia San Paolo, un "esproprio" di oggetti, di storie, di memorie, portato a termine con calma, passando di balcone in balcone. Hanno rubato con la furia addosso, scardinato porte, pisciato sui divani, mangiato e bevuto in quelle cucine ordinate, in quelle case vuote e inermi. Qualcuno, tra i condomini, ha messo un cartello che è come un necrologio: "Attenti, qui in un solo weekend sono stati depredati 10 appartamenti".
A voler essere esatti con le cifre, bisognerebbe dire dieci appartamenti più gli altri tre svuotati nel ponte del 29 giugno. Se poi andiamo indietro di tre mesi, la contabilità criminale cambia ancora: i furti sono stati venti. Sì, sempre qui, al civico 56. Due edifici, otto scale, media borghesia. Case costruite alla fine degli Anni Sessanta dall'Enpaia (Ente nazionale di previdenza per gli addetti e gli impiegati in agricoltura), poi cedute al libero mercato. Zona tranquilla, dicevano.
Adesso stanno tutti lì, i proprietari dei nidi violati, tutti nella guardiola del portiere Giovanni. Antonio Albanesi, avvocato in pensione dell'Alitalia, è una delle vittime del "multifurto", come lo chiama. Non alza la voce, non si agita. E' più che altro ferito dentro: "Non ho più voglia di stare a casa. A me non interessa se sono stati italiani o stranieri. E non voglio che mi si dica che quello che ci servono sono le ronde. Quello che ci serve sono polizia e carabinieri. Io pago le tasse e voglio essere difeso da loro".
La sicurezza o la percezione della sicurezza: su questo si vincono o perdono le elezioni, di questo tutti parlano, con i distinguo delle ultime ore tra ronde diurne alla Alemanno e "modello partecipato" alla bolognese, con la rabbia sotto pelle, pronta ad essere intercettata dalla Lega, con il fatalismo un po' dolce, ironico, che esibisce Giovanni, portiere napoletano: "Io, la domenica, mentre rubavano, ero al mare. D'altra parte non mi pagano i festivi"). Al solito, la carne viva è altra cosa dal dibattito. Entri nelle stanze stuprate e capisci perché la paura va rispettata e alla paura bisogna dare risposte serie, non emotive. Claudia Cirelli è la signora del quarto piano: "Non mi sento più a casa mia. E' cambiato tutto. Questa gente ha camminato con le scarpe sporche sopra i miei vestiti, ha fatto pipì sul mio divano, ha aperto il frigo, si è fatta un panino, ha fumato. Hanno portato via le catenine della prima Comunione di mia figlia, persino le sue matite colorate. Hanno rubato un pezzo della nostra vita e noi ci sentiamo nudi, indifesi". C'è bisogno di mondare, di pulire, di liberarsi da odori, da impronte, da quella presenza ostile che ha toccato, strappato, sporcato. "Ci saranno almeno cento lavatrici da fare", dice l'avvocato Albanesi. Da lui sono entrati con una falsa chiave europea.
La moglie si diletta a lavorare la lana. Teneva i gomitoli nei cassetti. Ha trovato tutto per terra. Mancano gioielli, soprammobili, anche una bottarga portata dalla Sardegna. "La casa era un inferno. C'era un vaso pieno di biglie colorate. E' finito per terra. Deve aver fatto un rumore tremendo. Ma nessuno ha sentito".
Domenica d'agosto, via Gregorio Ricci Curbastro, che è il nome di un matematico di Lugo, creatore del calcolo differenziale assoluto. Nessuno in strada, Giovanni al mare, il commissariato di polizia a due passi (ma senza mezzi per vigilare su tutto, dicono gli agenti). E loro - i ladri - che arrivano. Entrano con una chiave, svaligiano e poi da un balcone saltano altrove. Una, due, tre, dieci volte. Gabriella Micci, 84 anni, adesso vive nel terrore. Porta chiusa con tre mandate. Spiega Albanesi: "Apre solo se sente un certo suono di campanello che abbiamo concordato". La casa che diventa una prigione. "Mia madre ha 90 anni, sta bene - dice Maria Pia Pacchetti - però adesso vuol andarsene da qui".
Si chiedono che cosa succederà il prossimo weekend: "Verranno ancora? Ci rapineranno ancora?". Si sentono abbandonati, nel cuore di Roma. Tra gli inquilini c'è una funzionaria del ministero dell'Interno, un'altra signora lavora all'ufficio stampa del ministro Gelmini: "Forse ci conviene pagare un vigilante di tasca nostra". Ne stanno discutendo in queste ore ma l'avvocato Albanesi insiste: "Voglio essere difeso da polizia e carabinieri, sono per la legalità". E' di sinistra, Albanesi, a suo tempo "orgoglioso di essere nel Pci": "Credo ancora nella solidarietà, nella convivenza, nella ricchezza che produce la differenza". E se trovassero chi le ha depredato la casa? "Niente giustizia fai da te. C'è la legge, solo quella. Dovrebbero pagare. Quattro o cinque anni, veri, di galera".
(13 agosto 2009)
[www.repubblica.it]
domenica 6 luglio 2008
sabato 5 luglio 2008
L'arco di Druso
L'arco di Druso
L'arco di Druso è un fornice dell'acquedotto antoniniano, situato proprio all'inizio dell'Appia antica, di fronte alla Porta San Sebastiano, a Roma. In quanto parte dell'acquedotto, l'arco di Druso non è propriamente un arco di trionfo, sebbene per secoli sia stato creduto tale, ed erron
eamente identificato con un arco che secondo alcune fonti sarebbe stato eretto sull'Appia antica in onore di Druso maggiore nel 9 a.C. In realtà quel che è conosciuto come arco di Druso è di molto posteriore, risalente al III secolo, al tempo cioè in cui fu costruito l'acquedotto.Per la sua collocazione all'ingresso della regina viarum l'arco fu poi successivamente abbellito e decorato; quel che rimane oggi sono due colonne poste su alto plinto che inquadrano la facciata rivolta verso l'esterno della città, e parte del timpano triangolare. Agli inizi del V secolo, sotto l'imperatore Onorio, l'arco fu unito a Porta San Sebastiano, a scopo difensivo, per mezzo di due muraglioni di cui non è rimasto nulla.
L'arco di Druso è un fornice dell'acquedotto antoniniano, situato proprio all'inizio dell'Appia antica, di fronte alla Porta San Sebastiano, a Roma. In quanto parte dell'acquedotto, l'arco di Druso non è propriamente un arco di trionfo, sebbene per secoli sia stato creduto tale, ed erron
L'arco di Tito
L'arco di Tito
L'arco è costruito in opera quadrata di marmo, pentelico fino ai capitelli e lunense nella parte superiore, con uno zoccolo in travertino e un nucleo interno in cementizio. Le fondazioni sono attualmente allo scop
erto a causa degli scavi che raggiungono in questa zona il livello augusteo. Le parti dell'elevato oggi in travertino sono dovute al restauro del 1823 di Raffaele Stern e Giuseppe Valadier, ricordato dall'iscrizione di papa Pio VII sul lato est (verso il Colosseo) dell'attico.
Sulle due facciate il fornice è inquadrato da colonne con fusti scanalati e capitelli compositi, che sorreggono una trabeazione, con fregio che rappresenta una scena di sacrificio. La volta del passaggio conserva una ricca decorazione a cassettoni: al centro è raffigurato Tito portato in cielo da un'aquila, allusione alla sua apoteosi (divinizzazione dopo la morte).
Sulle pareti interne del passaggio sono presenti due grandi rilievi storici che commemorano la cattura di Gerusalemme da parte di Tito nel 70, episodio fondamentale della prima guerra giudaica iniziata nel 66. Sul lato sud è raffigurato l'ingresso del corteo trionfale, con il bottino preso al Tempio di Gerusalemme (il candelabro a sette braccia, la tavola con i vasi sacri, le trombe d'argento) e sul lato nord l'imperatore Tito sulla quadriga trionfale, incoronato dalla Vittoria e con accanto le personificazioni, identificate come Honos e Virtus, oppure come Roma e il Genio del popolo romano.
L'arco è costruito in opera quadrata di marmo, pentelico fino ai capitelli e lunense nella parte superiore, con uno zoccolo in travertino e un nucleo interno in cementizio. Le fondazioni sono attualmente allo scop
Sulle due facciate il fornice è inquadrato da colonne con fusti scanalati e capitelli compositi, che sorreggono una trabeazione, con fregio che rappresenta una scena di sacrificio. La volta del passaggio conserva una ricca decorazione a cassettoni: al centro è raffigurato Tito portato in cielo da un'aquila, allusione alla sua apoteosi (divinizzazione dopo la morte).
Sulle pareti interne del passaggio sono presenti due grandi rilievi storici che commemorano la cattura di Gerusalemme da parte di Tito nel 70, episodio fondamentale della prima guerra giudaica iniziata nel 66. Sul lato sud è raffigurato l'ingresso del corteo trionfale, con il bottino preso al Tempio di Gerusalemme (il candelabro a sette braccia, la tavola con i vasi sacri, le trombe d'argento) e sul lato nord l'imperatore Tito sulla quadriga trionfale, incoronato dalla Vittoria e con accanto le personificazioni, identificate come Honos e Virtus, oppure come Roma e il Genio del popolo romano.
Arco Partico
Arco Partico
Sempre secondo le fonti antiche, un secondo arco in onore di Augusto, venne eretto dal Senato in luogo imprecisato nel 19 a.C., dopo la riconsegna delle insegne dell'esercito romano di Crasso sconfitto a Carre nel 53 a.C. dai Parti, ed è conosciuto come "arco partico". L'arco era a tre fornici e decorato da statue e iscrizioni: le fonti ricordano la quadriga imperiale collocata al di sopra del
fonice centrale, mentre quelli laterali presentavano statue dei Parti, uno dei quali (nel rilievo di destra) era nell'atto di restituire le insegne.
Le fondazioni di un arco sono tuttora visibili nel Foro Romano presso i resti del tempio del Divo Giulio. L'aspetto dell'arco è stato ricostruito tramite alcuni frammenti architettonici superstiti, la forma delle fondazioni e alcune testimonianze iconografiche, come un rilievo con la Vittoria a Copenhagen e una moneta del 17-15 a.C. che lo rappresenta.
Si trattava di un arco a tre fornici: quello centrale era voltato a botte, affiancato da due vittorie alate e dotato di un alto attico dove era posta la Quadriga di Augusto trionfatore; i due fornici laterali erano dei passaggi architravati, con le aperture incorniciate dal lesene (non semicolonne come sull'apertura centrale) e dotate di timpano, mentre sulla loro sommità si trovavano statue dei Parti sottomessi. Nei passaggi laterali esistevano anche due edicole poco profonde dove erano affissi i fasti consolari (le liste su marmo dei consoli); sui pilastri che sostenevano le architravi si trovavano invece incisi i fasti trionfali (liste dei trionfatori dall'inizio della Repubblica). Questa usanza era molto significativa, ed era un chiaro segnale della volontà di Augusto di erigersi a conservatore e restauratore della costituzione repubblicana, mentre nella realtà stava profondamente cambiando la struttura statale; in un certo senso è emblematico della politica di dimostrare come la tradizione romana confluisse naturalmente nel suo principato, che riassumeva la storia dell'intera Roma.
Sempre secondo le fonti antiche, un secondo arco in onore di Augusto, venne eretto dal Senato in luogo imprecisato nel 19 a.C., dopo la riconsegna delle insegne dell'esercito romano di Crasso sconfitto a Carre nel 53 a.C. dai Parti, ed è conosciuto come "arco partico". L'arco era a tre fornici e decorato da statue e iscrizioni: le fonti ricordano la quadriga imperiale collocata al di sopra del
Le fondazioni di un arco sono tuttora visibili nel Foro Romano presso i resti del tempio del Divo Giulio. L'aspetto dell'arco è stato ricostruito tramite alcuni frammenti architettonici superstiti, la forma delle fondazioni e alcune testimonianze iconografiche, come un rilievo con la Vittoria a Copenhagen e una moneta del 17-15 a.C. che lo rappresenta.
Si trattava di un arco a tre fornici: quello centrale era voltato a botte, affiancato da due vittorie alate e dotato di un alto attico dove era posta la Quadriga di Augusto trionfatore; i due fornici laterali erano dei passaggi architravati, con le aperture incorniciate dal lesene (non semicolonne come sull'apertura centrale) e dotate di timpano, mentre sulla loro sommità si trovavano statue dei Parti sottomessi. Nei passaggi laterali esistevano anche due edicole poco profonde dove erano affissi i fasti consolari (le liste su marmo dei consoli); sui pilastri che sostenevano le architravi si trovavano invece incisi i fasti trionfali (liste dei trionfatori dall'inizio della Repubblica). Questa usanza era molto significativa, ed era un chiaro segnale della volontà di Augusto di erigersi a conservatore e restauratore della costituzione repubblicana, mentre nella realtà stava profondamente cambiando la struttura statale; in un certo senso è emblematico della politica di dimostrare come la tradizione romana confluisse naturalmente nel suo principato, che riassumeva la storia dell'intera Roma.
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